
CURIOSITA'...NATALE
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Ma perchè il Natale?
Si direbbe una sciocchezza se ammettessimo di non esserci mai posti l'interrogativo. Lo sappiamo poiché abbiamo l'obbligo di raccontare ai bambini ciò che è avvenuto a Betlemme e il presepe fa da testimone. E abbiamo l'obbligo della messa suggestiva di mezzanotte quando risucchiamo il gusto dell'infanzia insieme alle aspettative dei dolci e dei regali. Il progetto di Dio a Natale diventa ovvio, ma ha bisogno comunque di essere decifrato ogni volta. Dio vuole salvare gli uomini e le donne, credenti e non, atei e religiosi. Lo ha voluto e continuerà a volerlo poiché è questa la sua grandezza: amare ogni essere e sentire per ciascuno la gioia della sua libertà che si gioca con la nostra. Ma proprio nell'intruglio di questa nostra libertà sono esplose le contraddizioni. Dall'inizio questa umanità ha avuto il gusto e la nostalgia di voler diventare infinitamente grande, onnipotente. Si è confrontata subito con il modello del creatore che aveva sperimentato. Ma non vuole dir grazie a nessuno, superiore a tutti (altrimenti che onnipotenza sarebbe!). Ogni persona se li porta dentro, dall'infanzia, dicono gli psicologi, questo struggimento e questa volontà poiché solo così saprebbe di essere veramente. E il sogno si apre ad una assolutezza che schiaccia, che deve fare ombra a tutti e che deve farsi temere. E' una onnipotenza che vuole far ingelosire e far morire, deve creare guerre e farci vincitori. E' una onnipotenza che rifiuta doni e poi li carpisce, che nega l'aiuto ma poi lo pretende, che suggestiona e deride, che illude e tramortisce. Una onnipotenza così fa paura poiché non si concede se non con il calcolo e chiede il conto, si nutre solo di sé. E in tal modo si autodistrugge. Creata ad immagine e somiglianza di Dio, questa umanità ha voluto carpire il segreto di Dio imitandolo. Ma non lo ha conosciuto abbastanza se non nei suoi gesti di potenza e di regalità. Ha imparato a immaginare che bastasse la parola per creare ogni creatura e si è illusa, visto che sapeva parlare, che bastasse ribellarsi per ricostruire un mondo in alternativa.
Fu una tragedia questa strategia ribelle. L'onnipotenza non è nulla e crea drammi se non nasce e non rivela l'amore che solo Dio può dare. Così Dio, nel cuore dell'umanità che aveva progettato libera e grande, incontrò la morte. In tal modo riprogettò il suo nuovo mondo. Fu lo smacco di Dio? Un amore divino preso alla sprovvista? Un tradimento non supposto? Non la smagliante e splendida potenza nella natura poderosa e feconda ma la sua capacità di amare fino all'annientamento avrebbe manifestato l'onnipotenza di Dio. Bisogna ricominciare dal basso, dall'essere indifesi, poveri, senza parola, senza potenza, affidato a due giovani sposi, bisogna ricominciare in balia di avvenimenti che portano il rifiuto, l'allontanamento, la scusa, l'indifferenza?
Ricominciare come? Ricominciare povero, bambino. Così nel cuore di Dio nasce il Natale e nel cuore della notte di Betlemme Dio nasconde la sua potenza nel bambino nato "e deposto in una mangiatoia". Dal Natale Dio inizia il suo apprendistato tra noi. Nulla lo differenzia, nulla traspare. Giuseppe e Maria si saranno chiesti molte volte: "Chi è questo bambino? Che cosa possiamo fare per lui? Possibile che la vita che conduce con noi sia il meglio, sia ciò che deve fare?". Nel tempio a 12 anni sembrò aprire una parentesi tra lo stupore della gente e dei sapienti che venivano interpellati, ma poi non capitò più nulla per decenni.
Gesù affrontò il mondo ogni giorno con la sua preghiera, con il gioco prima e presto con il lavoro. Imparò da Giuseppe quelle poche cose che un artigiano-contadino doveva imparare. Ascoltò lamentele e lodi, pettegolezzi e verità; fede e odio trasparirono nelle parole e nei gesti dei suoi compaesani. Imparò a capirli e a comprenderli. Non si sposò e fu probabilmente una sorpresa per quel suo mondo. Nel Vangelo se ne parla per accenni e ci siamo abituati che questo fosse ovvio. Eppure doveva esserci, tra l'altro, anche la ritrosia di non accettare di dover trattare una donna come si trattavano tutte nel suo mondo. Egli le guardò sempre in modo nuovo, come sorelle e discepole.
Non possedette nulla e quindi non fu padrone di nessuno, tanto meno di uno schiavo. Era padrone della sua parola come Dio creatore e la utilizzò come speranza per i malati e verità per i suoi discepoli. Fu una voce che disorientava per tracciare strade nuove e confondere i raggiri e gli inganni. Creò, nel dialogo con la libertà di ciascuno, un nuovo mondo che manifestasse e costruisse l'amore e la fiducia come tessuto di misericordia per collegare gesti e sofferenze. Non si sgomentò di fronte alla malvagità e di fronte ai pericoli a cui andava incontro con la sua radicalità. Costruì un cammino inverso a quello a cui la nostra umanità aspirava e si adattò alla povertà di ciascuno costringendo a prendere posizione. Le sue scelte lo macerarono fino alla fine: sorpreso e lucido,con gli occhi sulla povertà del cuore e del corpo, non si spaventava se non quando i più vicini, fossero essi i suoi discepoli o i sommi sacerdoti, equivocavano la sua vocazione e lo volevano trascinare nell'angustia del potere contro il Padre suo: "Voi ragionate secondo gli uomini e non secondo Dio".
Il Natale allora ha senso se lo si mette tra la divinità del Verbo, prima del tempo e la gloria del risorto, oltre il tempo. Natale come vita e morte, accoglienza e rifiuto, lavoro e digiuno. Natale come inizio tra noi, inizio di una conoscenza che segna, incita, turba, rivela, che fa impazzire ed esalta. Natale come rifiuto e pastori, angeli e silenzio, e poi silenzio, silenzio. Natale come principio di gesti quotidiani, di ricerca di casa, di disoccupazione e lavoro precario. Natale come interrogativo, perplessità, disagio, speranza. Così ogni giorno fino al tempo dei Magi e poi, dopo la parentesi dell'emigrazione per qualche anno, ancora interrogativi, perplessità disagio, speranza. Natale allora come misericordia che non si scoraggia e non tradisce. Natale come povertà di questo Figlio di Dio che incomincia a camminare verso la croce: lì finalmente l'onnipotenza si esprime in tutta la sua verità e forza.Pastorale del lavoro Diocesi di Milano. (Pubblicato su "Il Foglio", n. 108)
Perchè ........il 25 dicembre?
Solo nel IV secolo la Chiesa cominciò a celebrare una festa dedicata alla nascita del Signore e, quando si dovette fissarne la data, non essendo possibile determinare il giorno preciso per il silenzio delle fonti evangeliche in proposito, si scelse la strada di "cristianizzare" una festa di antica tradizione pagana.
Per il suo fascino ed il suo significato, non solo i pagani, ma perfino molti cristiani festeggiavano quel solstizio d'inverno, con il quale si commemorava la nascita del sole, in Occidente il 25 dicembre, in Oriente il 6 gennaio. E' il giorno in cui il sole comincia a riprendere il sopravvento sulla notte; il giorno si allunga progressivamente, mentre le ore di buio progressivamente si accorciano. Il protagonista diventava il dio Sole: era il "Natale del Sole invitto".
La Chiesa pose in questo giorno, in polemica con i vecchi ma tenaci culti pagani, la nascita di Cristo, il vero Sole invincibile, il Sole di giustizia profetizzato da Malachia (cfr. Mal 4,2); la "Luce del mondo" di cui ci parla il vangelo di Giovanni (Gv 8,2). Oggi non sopravvive più il culto del dio Sole, ma sorgono nuovi culti pagani, che ci inducono ad idolatrare nuove luci, o nuovi soli; così la Chiesa continua a proporre, nel solstizio d'inverno, Gesù Cristo come unica Luce della nostra vita".
Chi è Babbo Natale?
E' San Nicola l'ispiratore di Babbo Natale con la lunga barba bianca, il capello di pelliccia e il grande mantello rosso. Nato a Patara, in Turchia, da una ricca famiglia, divenne vescovo di Myra, in Lycia, nel IV secolo e forse partecipò al Concilio di Nicea nel nel 325. Quando morì le sue spoglie, o le presunte tali, vennero deposte a Myra fino al 1087. In quest'anno infatti vennero trafugate da un gruppo di cavalieri italiani travestiti da mercanti e portate a Bari dove sono tutt'ora conservate e di cui divenne il santo protettore.
Negli anni che seguirono la sua morte, si diffusero numerosissime leggende. Una tra le più famose e confermata da Dante nel Purgatorio (XX, 31-33) è quella delle tre giovani poverissime destinate alla prostituzione. Nicola, addolorato dal pianto e commosso dalle preghiere di un nobiluomo impossibilitato a sposare le sue tre figlie perché caduto in miseria, decise di intervenire lanciando per tre notti consecutive, attraverso una finestra sempre aperta dal vecchio castello, i tre sacchi di monete che avrebbero costituito la dote delle ragazze. La prima e la seconda notte le cose andarono come stabilito. Tuttavia la terza notte San Nicola trovò la finestra inspiegabilmente chiusa. Deciso a mantenere comunque fede al suo proposito, il vecchio dalla lunga barba bianca si arrampicò così sui tetti e gettò il sacchetto di monete attraverso il camino, dov'erano appese le calze ad asciugare, facendo la felicità del nobiluomo e delle sue tre figlie.
In altre versioni posteriori, forse modificate per poter essere raccontate ai bambini a scopo educativo, Nicola regalava cibo alle famiglie meno abbienti calandoglielo anonimamente attraverso i camini o le loro finestre. Secondo altre leggende, questo santo sarebbe entrato in possesso di un oggetto mitico, il Sacro Graal, che, oltre ad essere responsabile della sua capacità di "produrre in abbondanza" da regalare, fu anche causa del trafugamento delle sue spoglie . In ogni caso San Nicola divenne nella fantasia popolare "portatore di doni", compito eseguito grazie ad un asinello nella notte del 6 dicembre (S. Nicola, appunto) o addirittura nella notte di natale.
San Nicola girava sul suo asino, Babbo Natale su una slitta trainata da otto renne asher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Dunder e Blixen,alle quali poi si aggiunse Rodolphe, la famosa renna con il naso rosso.
La tradizione di San Nicola fu importata negli Stati Uniti dagli emigranti e fu così durante la notte di Natale comparve Santa Claus deformazione del nome Sanctus Nicolaus Ma altre tradizioni vogliono che il nome olandese del santo, Sinter Klass, fosse importato in America dagli immigrati trasformandosi così in Santa Claus, la cui traduzione in italiano è solitamente Babbo Natale.
Fu nel 1809, lo scrittore Washington Irvin che raccontò per la prima volte gli spostamenti di Babbo Natale nel cielo per la distribuzione dei regali.
In seguito, nel 1821: Il pastore Americano, Clément Clarke Moore scrisse una favola sul Natale, per i bambini, nella quale il personaggio di Babbo Natale appariva con una slitta tirata da otto renne.
Nel 1860, Thomas Nast, illustratore e caricaturista del giornale New Yorkais Illustrateur Weekly, rivestì Babbo Natale d'una lunga mantella rossa guarnita di pelliccia e con un grosso cinturone di cuoio nero. Durante quasi 30 anni, Nast illustrò con centinaia di disegni tutti gli aspetti della leggenda di Babbo Natale. Nel 1885, Nast stabilì ufficialmente la residenza di Babbo Natale al Polo Nord e la illustrò con un disegno due bambini che su una carta del mondo tracciavano il tragitto dal Polo Nord agli Stati Uniti.
L'anno seguente, lo scrittore Americano George P. Webster riprese quest'idea e precisò che la fabbrica dei giocattoli e la dimora di Babbo Natale durante i lungi mesi estivi erano nascosti tra i ghiacciali e la neve del Polo Nord.
Nel 1931, Babbo Natale ebbe il suo nuovo look per una campagna pubblicitaria della Coca Cola . Cambiarono la mantella rossa con un completo rosso, lo ingrassarono un pò e gli diedero un aria più simpatica. Così la Coca Cola diffuse e diffonde ancora oggi in tutto il mondo l'immagine del simpatico vecchietto.
Tutti i nomi di Babbo Natale nel mondo:
Austria - Christkind
Brasile - Papai Noel
Cina - Dun Che Lao Ren
Danimarca - Julemanden
Finlandia - Joulupukki
Francia - Pere Noel
Germania - Kris Kringle, Christkind, Weihnachtsmann, Sankt Niclaus
Giappone - Santa Kurousu
Inghilterra - Father Christmas
Islanda - Jolasveinn
Lituania - Kaledu Senu
Messico - San Nicolás, Santa
Norvegia - Julenissen
Olanda - Sinterklaas oppure Sint Nicolaas
Russia - Ded Moroz, Dedushka Moroz
Serbo-Croato - Bozic Bata. Sveti Nickola
Svezia - Jultomten
Perchè...L'albero di Natale?
Quella dell'albero di Natale è una tradizione veramente antica, che si fa risalire ai riti pagani del ceppo.
Infatti nel periodo pre-cristiano veniva considerato propiziatorio bruciare, a partire dal solstizio invernale, un ceppo, possibilmente di quercia (simbolo di forza e di solidità), scelto tra i migliori della catasta. La cerimonia avveniva dinnanzi a tutta la famiglia al gran completo. Le scintille che si levavano verso il cielo simboleggiavano il ritorno delle giornate lunghe. In quell'occasione ci si scambiava anche dei doni, che rappresentavano l'abbondanza. Le ceneri del ceppo venivano poi sparse per i campi per renderli fertili e pronti ad abbondanti raccolti. Fin dall'antico Egitto proprio l'abete veniva considerato l'albero della Natività (e anche noi lo associamo alla nascità di Gesù), pianta sotto cui era nato il dio di Biblos. In Grecia l'abete era l'albero sacro di Artemide, protettrice delle nascite. Presso le popolazioni dell'Asia settentrionale, l'abete era considerato l'albero cosmico, piantato in mezzo all'Universo. Da noi l'abete natalizio arrivò molto tardi. Si sa che nel 1840 la principessa Elena di Mecklenburg, sposa del duca d'Orleans, preparò il suo albero di Natale alle Tuileries a Parigi, suscitando lo stupore della corte. Questa scelta, però, favorì la diffusione dell'abete bianco e di quello rosso, anche nei paesi latini, a simboleggiare, per molti, la nascita di Cristo. I lumini, in questo nuovo contesto, incominciarono a simboleggiare la Luce che Gesù diffonde sul mondo; i frutti, i regalini, i dolcetti appesi ai rami, l'espressione dell'Amore che ci dona. In Italia l'uso dell'albero si é diffuso appena dopo la seconda guerra mondiale.
Altre piante di Natale:
Il Vischio
Baciarsi sotto il vischio a Capodanno per non restare single, appenderne un ramoscello all’uscio oppure portarlo al collo sono tutti rituali che appartengono al bagaglio di piccole magie natalizie saldamente radicato nella nostra tradizione. Il vischio ha tante proprietà : salvaguarda dai fulmini, protegge dalle influenze negative e, a dette dei druidi che ne erano convinti cultori se accarezzato o bevuto come infuso, guarisce tutti i mali. Guai però a raccoglierlo con le mani, specialmente con la sinistra : vi si attirerebbe addosso ogni sorta di sfortuna. Secondo l’antica tradizione celtica, il vischio andrebbe reciso con un falcetto d’oro e a piedi nudi, dopo essersi ritualmente lavati e rivestiti di una tunica bianca; poi andrebbe acchiappato al volo con un telo bianco prima che tocchi terra . L’oro delle foglie e del legno, che lo ricollega al Sole, e il lattice biancastro delle bacche, che ricordano la Luna, fanno del vischio la pianta lunisolare per eccellenza, sintesi del maschile e del femminile, del giorno e della notte, della vita e della morte. Non per nulla, tra i vari doni per le puerpere, i druidi, infilavano sempre un ramoscello di vischio, quale auspicio di felicità per il neonato.
Agrifoglio
I Druidi lo usavano per cacciare gli spiriti maligni; Plinio il Vecchio, nel primo secolo A.C., consigliava di piantarlo vicino alla porta di casa, per proteggerla dalla perfidia dei malvagi. In molti paesi del Nord, nel Medioevo, si pensava che questa pianta fosse dotata di un potere
superiore a quello degli aggressori e la capacità di proteggere dalle intemperie nelle lunghe notti buie in inverno. L’agrifoglio ha conservato il significato di eternità e aggressività, date le sue foglie pungenti. E’ usato per addobbare la casa durante il periodo
natalizio, fa spesso parte di “scacciaguai”.
Stella di Natale
Si chiama Poinsetia, dal nome del botanico che per primo lo classificò. Il bel fiore rosso dalla corolla a forma di stella evoca le due simbologie del rosso e della stella. Secondo una leggenda messicana la Poinsetia fiorì miracolosamente a Natale per la gioia di una ragazzina povera che, pur desiderandolo moltissimo, non aveva nulla da offrire sull’altare per la messa di Natale. Un angelo, apparso all’istante, suggerì alla bimba di offrire due semplici ciuffi d’erba. Detto fatto: a mezzanotte in punto il miracolo, che regalò alla bimba la sua fetta di felicità e al mondo intero il bellissimo fiore.
Decorazioni di Natale:
Ghirlanda
Quest'intreccio di foglie, bacche, nastri e frutta secca, che con la sua forma circolare allude alla continuità del tempo e al grembo materno, è il simbolo dell'Avvento, in quanto preparazione interiore al Natale. Si distingue dalle ghirlande primaverili e nuziali per i quattro ceri, che corrispondono alle quattro domeniche d'Avvento. Le accende il capofamiglia, una alla settimana, circondato da tutta la famiglia riunita in preghiera.
Palle di Natale
A Betlemme c'era un artista di strada molto povero che non aveva nemmeno un dono per il Bambino Gesù così egli andò da Gesù e fece ciò che sapeva fare meglio, il giocoliere, e lo fece ridere. Questo è il perché ogni anno sull'albero di Natale appendiamo le Palle colorate - per ricordarci delle risate di Gesù Bambino.
La campana
Questo simbolo accompagna la nascita e la resurrezione del Cristo. Appena spolverizzate di finta neve, le campanelle colorate abbelliscono infatti i rami dell'albero di Natale, mentre a Pasqua fanno coppia con le uova. Il simbolo della campana travalica però il cristianesimo e ritorna in altre culture come emblema della vibrazione primordiale o della voce divina che si annuncia a tutti gli uomini ripercuotendosi nella loro vita e separando il tempo del sacro da quello del profano. I pastori si affollarono a Betlemme mentre viaggiavano per incontrare il neonato re. Un piccolo bimbo cieco sedeva sul lato della strada maestra e, sentendo l'annuncio degli angeli, pregò i passanti di condurlo da Gesù Bambino. Nessuno aveva tempo per lui. Quando la folla fu passata e le strade tornarono silenziose, il bimbo udì in lontananza il lieve rintocco di una campana da bestiame. Pensò "Forse quella mucca si trova proprio nella stalla dove è nato Gesù bambino!" e seguì la campana fino alla stalla ove la mucca portò il bimbo cieco fino alla mangiatoia dove giaceva il neonato Gesù.
La candela
Arde come un piccolo e magico sole sulla tavola di Natale per incoraggiare la rinascita del Sole dopo il solstizio. Ma è anche l'immagine dell'uomo che nasconde nel suo corpo materiale e opaco un'anima luminosa. Se la fiamma brillerà o no dipende dalla scelta dell'essere umano, che è libero di accendere la propria luce o lasciarla spenta. In Inghilterra il cero di Natale deve ardere tutta la notte santa senza spegnersi. Conviene conservare la cera residua: porterà fortuna per tutto l'anno.
Chi sono ..... GLI ZAMPOGNARI
Gli zampognari sono pastori che suonano la zampogna mentre sorvegliano il pascolo dei loro greggi.
Gli zampognari venivano dall’Abruzzo ed iniziavano ad intonare le loro dolci melodie prima del sorgere del sole. Di solito facevano la loro prima comparsa per la Novena dell’Immacolata. Per poi ricomparire per la Novena di Natale. Durante le feste natalizie la gente donava loro un po’ di denaro ; poi improvvisamente scomparivano così come erano comparsi, portando via la magica atmosfera e per poi ricomparire l’anno dopo. Gli zampognari sono in coppia, un anziano ed un ragazzino sono vestiti con brache corte, giacca di fustagno, ampio mantello (sostituito in qualche luogo dal pelliccione), cappello, calza con fiocco e calzari. I calzari sono caratteristici, hanno forma di un sandalo con una pezza legata attorno al piede e alla coscia con delle trine intrecciate. Nei tempi antichi la gente seguiva gli zampognari nella loro marcia verso il presepe e tutti sentivano l’incanto di non essere soltanto davanti al Presepe, ma di farne parte. Gli artigiani che realizzano le zampogne custodiscono gelosamente nelle proprie botteghe gli stessi segreti di costruzione. Lo strumento è costituito da tre canne sonore, di legno, e dalla sacca, realizzata con pelle conciata di pecora. Gli elementi in legno sono costruiti con essenza di olivo, di acero, di sorbo o anche di prugno, di ciliegio e di albicocco. Il legno migliore resta quello di ebano che però è da sempre costoso e difficile da reperire. Le cannule prendono il nome di “bordone”, quella centrale che emette la nota fissa, di “ritta” e di “manca”, le altre che consentono gli accordi musicali. La sacca di pelle di pecora conciata consente di immagazzinare l’aria che spinta nella cannula centrale offre alla zampogna la melodia tipica dello stridente suono di sottofondo.
I DOLCI NATALIZI:
Il Pandoro
Il "Pandoro" esce dai forni veronesi per i buongustai di tutto il mondo!
La struggente e sfortunata vicenda di Giulietta e Romeo ha reso Verona famosa nel mondo come ‘città dell’amore’. Il talento dei suoi pasticceri ne ha fatto, nell’ultimo secolo, la ‘capitale della dolcezza’, in particolare la capitale italiana dei dolci industriali. E’ nato, o forse è stato perfezionato a Verona, ma apprezzato e conosciuto ormai ovunque, il noto ‘Pandoro’, simbolo del Natale, insieme al milanese ‘Pan de toni’, chiamato così in omaggio al suo inventore e diventato poi ‘panettone’.
Sempre di ‘pane’ si tratta perché anche il pandoro deriva il suo nome dal caratteristico giallo oro, conferito dalle uova unite all’impasto e, trattandosi di un dolce a lievitazione naturale, frutto dell’antica arte della panificazione mantiene il nome ‘pan’. Come spesso accade per i prodotti di maggior successo poi, sembra avere molte ‘paternità’ e comunque delle versioni, magari solo simili a quella definitiva, che si perdono nella notte dei tempi. Secondo alcune fonti storiche, le prime tracce della sua produzione in Italia coincidono con la fine dell’800. Altre notizie, che assumono però spesso un tono leggendario, fanno pensare ad origini ben più lontane. Ha caratteristiche simili al pandoro infatti la famosa ‘brioche’ francese, che per più di 300 anni ha rappresentato il dessert di corte, e può essere considerata la sua antesignana. Risale addirittura ai tempi di Plinio, nel primo secolo dopo Cristo, quando si cita l’esistenza di un pane preparato con delicato fiori di farina, impastata con uova, burro e olio.
Secondo altre testimonianze l’origine del pandoro sarebbe tutta italiana, esattamente nella Repubblica Veneta del Rinascimento, prospera fino all’esibizionismo, grazie al commercio marittimo con l’oriente. Sembra che all’epoca venissero offerti cibi ricoperti di sottili foglie d’oro zecchino, fra cui proprio un dolce a forma conica chiamato ‘pan de oro’. Si trova così la prima documentazione di un dolce uguale al pandoro nelle cucine dell’aristocrazia veneziana del ‘700.
Un’altra versione, la più recente, sull’origine del pandoro, lo indica come un dolce legato alla casa reale degli Asburgo, a sua volta influenzata però dalle tradizioni gastronomiche pasticcere francesi della casa reale del periodo di Luigi XIV. Prima ancora dei tempi di Francesco Giuseppe infatti i pasticceri viennesi sapevano come preparare la brioche e a loro volta insegnarono ai francesi a preparare il croissant, noto inizialmente come ‘pane di Vienna’.
Le tecniche della brioche e del croissant sono rimaste così alla base della metodica del pandoro di Verona, che deve tuttavia ai pasticceri veronesi la sua formula più fortunata.
C’è poi chi sostiene una versione più umile della nascita del pandoro, presentandolo come antico dolce familiare che tradizionalmente i veronesi consumavano a Natale. Una versione tutto sommato vicina alla realtà, perché la storia vera del pandoro si perfeziona a Verona, alla fine dell’800. All’epoca la scuola pasticcera per antonomasia era quella viennese e non è un caso se solo fino a pochi decenni fa le più antiche pasticcerie di Verona impiegavano pasticceri austriaci o mandavano i loro allievi a fare il tirocinio a Vienna.
Nel volume celebrativo della Melegatti "I cento anni del Pandoro – 1894-1994" si cita invece per il pandoro un brevetto industriale, con una data ben precisa: il 14 ottobre 1894, certificata niente meno che dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio del Regno d’Italia, che nel marzo 1895 rilascia un ‘attestato di privativa industriale della durata di anni tre per un brevetto designato col titolo Pandoro (dolce speciale)’. Sei mesi prima del brevetto il suo inventore Domenico Melegatti fece pubblicare su l’Arena un avviso pubblicitario per annunciare il nuovo prodotto: "Il Pasticcere Melegatti avverte la benevola e numerosissima sua clientela di aver allestito un nuovo dolce che, per la sua squisitezza, leggerezza, inalterabilità e bel formato l’autore lo reputa degno del primo posto, nomandolo ‘Pan d’oro’".
Il dolce ebbe subito una schiera di imitatori, tanto che il giornale satirico della città ‘Can da la scala’ pubblicò una caricatura di Domenico Melegatti accompagnata da una quartina: "El sta de fassa a S. Giovanni in foro/ E l’à inventà el pandoro/ e i pastiseri, da la rabia muti/ E l’à voluto simiotarlo tuti". Per tutta risposta Melegatti lanciò un’insolita sfida offrendo mille lire a chi avesse presentato pubblicamente la ricetta del pandoro, ma nessuno si presentò.
Se questa, più o meno elaborata, può essere la storia, ai pasticceri veronesi va attribuito un grande merito: quello di aver trasformato un prodotto artigianale in un simbolo del Natale, conosciuto ovunque, che richiedeva a quel punto una produzione tipicamente industriale. Il primo a lanciare la sfida è stato proprio Domenico Melegatti, che ha addirittura inventato un forno per cucinare il pandoro, oltre al classico stampo a stella. Poi, all’inizio del secolo, Ruggero Bauli, che ha dato vita ad un’altra imponente azienda. Il processo è stato graduale: nella prima parte del secolo scorso, era ancora possibile soddisfare la richiesta lavorando in piccoli laboratori artigiani. Poi si è reso necessario il grande salto.
Sono arrivate strategie industriali, certificazioni di qualità, si è cominciato a differenziare la produzione per accompagnare con un dolce specifico ogni possibile ricorrenza, ma grazie alla sua fragrante semplicità il pandoro è ormai per tutti i veneti, e anche i veneti che risiedono nel mondo, il simbolo della purezza del Natale, e rappresenta un legame forte con la loro terra.
Il Torrone
Il torrone, tradizionale o ricoperto, tenero o duro piace. Piace perché è buono, perché è il dolce di tutte le feste paesane, perché è il gran finale del pranzo di Natale. L'origine del torrone è antica, è nato assieme ai suoi ingredienti: le mandorle e il miele nell'area del vicino Oriente. Chi ha amalgamato per primo questi ingredienti, è difficile dirlo. I romani del primo secolo avanti Cristo, come testimoniò Tito Livio, apprezzavano la "cupedia", leccornia a base di miele e mandorle cotte a bagnomaria.
La leggenda racconta che fu un pastore del Sannio Beneventano che per magica ispirazione scoprì che mescolando e riscaldando latte, miele e mandorle era possibile ottenere la piacevole bontà. Gli arabi da parte loro conoscevano uno stretto parente del nostro torrone il "qubbayt" che fecero apprezzare e diffusero assieme alla coltivazione della mandorla a Sud, lungo le coste africane del Mediterraneo, in Spagna e in Sicilia. Il torrone si evolve e cambia ingredienti secondo le zone. In Sicilia un tempo si preparava a Licata la "cicirata", con ceci tostati e cotti nel miele.
L'origine del torrone
Molti i luoghi, le città che si contendono il merito dell'origine del torrone. Cremona è una di queste. La storia e non la leggenda racconta che per il matrimonio di Francesco Sforza con Bianca Maria Visconti, celebrato a Cremona nel 1441, i pasticceri di corte proposero un dolce a base di albumi, mandorle e miele. La forma del dolce riproduceva quella squadrata e slanciata del famoso "Torazzo", la torre campanaria della cattedrale. Non c'è la certezza che la parola torrone derivi dal nome della famosa torre, ma questo non scalfisce la fama mondiale di Cremona come città legata a questa golosità. Perché proprio la nebbiosa e padana Cremona vanti il primato di aver creato e ampiamente diffuso un prodotto così mediterraneo, ce lo spiega la storia. Nella prima metà del XIII secolo, la città fu eletta capitale del Nord Italia da Federico II, che vi si trasferì con tutta la corte, compresi i cuochi e le loro ricette. La corte imperiale divenne, grazie anche alla facile via di navigazione del Po, un punto di incontro tra le diverse culture, tra cui quella arabo-orientale. Tessuti e spezie orientali trovarono in Cremona un facile punto di commercializzazione.
Si ha notizia che, in quell'epoca, il torrone venisse venduto proprio nei negozi degli speziali, caratterizzandosi subito come prodotto locale. La sua diffusione fu così estesa che nel 1572 un decreto del senato di Milano stabilisce che il torrone, come altri prodotti locali, sia venduto in scatole dal peso stabilito, per evitare imbrogli ai danni dei consumatori. Il torrone diventa dunque il dolce delle feste, che non manca mai sulle tavole, perfetto come dono per la sua lunga conservazione e per il suo facile trasporto. È anche scelto dagli ambasciatori cremonesi come regalo per Natale alle personalità di spicco della vicina Milano, ma anche ai funzionari spagnoli, un modo come un altro per addolcire tensioni politiche.
Il Torrone tra artigianato e industria
A Cremona, nel corso del tempo, l'attività produttiva del torrone ha lasciato importanti segni e testimonianze. All'inizio a produrlo erano gli speziali e i droghieri, poi la lavorazione artigianale si è evoluta verso una struttura più a carattere industriale con laboratori sempre più specializzati. Sperlari, Vergani sono i nomi delle ditte emergenti nella seconda metà dell'Ottocento, nomi ancora ben noti ai giorni nostri. Enrico Manfredini, responsabile pubbliche relazioni della ditta Sperlari, spiega così il lungo successo di questo dolce antico: "Il torrone, in particolare quello di Cremona, nel corso della storia si è legato all'idea di festa e tradizione. Binomio che racchiude in sé la parola felicità e il desiderio di continuità e ripetizione. La ritualità del consumo ha un carattere famigliare, quello di tagliare e spartire il torrone a fine pranzo e di gustare la sua friabilità tra una chiacchera e l'altra. Il successo, dunque, lo si deve alla sua bontà così ben fusa con la tradizione." Non per caso, quindi, l'associazione degli industriali della provincia di Cremona ha iniziato le pratiche per iscrivere il torrone di Cremona nell'elenco dei prodotti a Indicazione Geografica Protetta (IGP).
Il Torrone ed i primi innovatori
Nel resto d'Italia, man mano che la storia dell'arte pasticcera si evolve, anche il torrone prende una definizione più precisa, arricchendosi di ingredienti e di raffinatezze. Nella metà del XVIII secolo si producono torroni con la copertura di grana di zucchero, torroni aromatizzati al caffè o al limone. A metà dell'Ottocento è ancora un regnante che da lustro alla storia del torrone. Ferdinando I di Borbone, re di Napoli, chiede ai laboratori artigianali di Benevento la confezione di un torrone speciale da offrire a sua moglie Maria Carolina d'Austria: nasce così il Torrone della Regina che sostituisce alle classiche mandorle la più golosa e ricercata frutta candita.
Benevento ben presto ritorna a essere, come al tempo dei romani, il centro della produzione. Sarà all'inizio del Novecento che le ditte artigianali del torrone beneventano si consorzieranno dando origine alla pregiata ditta Fabbriche Runite che utilizza le favolose mandorle d'Avola ma anche le noci, usate in Francia per preparare il nougat. Sarà con Innocenzo Borillo artigiano pasticcere di San Marco dei Cavoti, centro agricolo dell'Appennino sannita, che il torrone incontrerà la ricopertura con il finissimo cioccolato fondente. Nel 1898 questa innovativa squisitezza, darà al fondatore della "Premiata Fabbrica dei Torroni" l'onorificenza della Legion d'Onore francese.
A spasso per l'Italia alla ricerca del Torrone
La passione del torrone si è diffusa in tutta Italia, coinvolgendo regnanti, politici e semplici artigiani. E fu proprio la passione di un semplice artigiano, Gennaro Nunzia, che ai piedi del Gran Sasso, nel suo laboratorio d'Arischia, in provincia d'Aquila, trovò la formula per fare il torrone tenero al cioccolato. Un'ennesima rivoluzione che cambia le sue caratteristiche organolettiche: da duro a morbido, tenero ma non gommoso, non friabile ma a frattura netta. Formula segreta che resta legata alla qualità del miele, delle mandorle, delle nocciole nostrane, del cioccolato fondente. E ancora si dice che quello che fa la differenza è l'acqua purissima del Gran Sasso!
Ancora un territorio e un torrone diverso: nelle Langhe, in Piemonte, dove accanto ai vigneti cresce la pregiatissima nocciola "tonda e gentile", i laboratori di pasticceria locale producono uno squisito torrone alle nocciole.
In questo ideale itinerario del torrone non si può dimenticare quello di Barbagia, in Sardegna, inconfondibile per la morbidezza e per l'intenso profumo di miele. Che sia alle mandorle, alle noci o nocciole il torrone prodotto sui monti della Barbagia non contiene zucchero, solo miele di montagna e albume d'uovo. E ancora andando avanti per isole, in Sicilia tutte le feste popolari sono caratterizzate dalla presenza dei "turrunari", retaggio d'origine araba, come araba è la parola qubbayt, che in siciliano è diventata "cubbàita". Originariamente era fatto con miele, mandorle e "giuggiulena", cioè semi di sesamo.
Miele e frutta secca fanno la differenza. I differenti gusti del torrone classico dipendono da due fattori fondamentali: la varietà della frutta secca e il tipo di miele. Nel torrone non ci sono additivi, né aromi, né zucchero. La frutta secca utilizzata può variare a seconda della regione di provenienza: mandorle, nocciole, noci, arachidi e pistacchi.
A seconda del tipo di miele utilizzato, al corbezzolo, al mirto, all'asfodelo, agli agrumi, di macchia mediterranea o di acacia, le caratteristiche finali del torrone sono molto diverse. Ciò che conta è anche la qualità. Un torrone preparato utilizzando miele di prima qualità, si distingue al palato per il suo gusto e profumo, ma anche perché si scioglie subito, lasciando la bocca pulita.
Breve storia del Presepe:
Il presepe nasce tra il popolo e per il popolo. I racconti evangelici sono le prime fonti storiche inerenti al Presepe e alle rappresentazioni paleocristiane dellaNatività e dell’Epifania. Tra il 230 e il 240 d.C. a Roma, nel cuore delle Catacombe di Priscilla possiamo collocare il primo documento iconografico che allude esplicitamente all’episodio della Natività.
Ma sarà alla fine del IV secolo d.C. che nasce il vero e proprio tema del Presepe, fenomeno che può essere collegato con l’istituzione della festività del Natale, di cui abbiamo la prima menzione nel documento agiografico definito Depositum martyrum datato proprio nel corso del secoloIV. Il presepe diverrà così parte integrante del patrimonio culturale, folclorico, di tutti i paesi cristiani.
Origine e sviluppo del Presepe:
Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività. Nei loro brani c'è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia e, in seguito, per traslato, stalla, grotta. Luca e Matteo narrano infatti della umile nascita di Gesù; dell'annunzio dato ai pastori; dei Magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re.
Sono i vangeli apocrifi ( quelli cioè che non sono stati accettati come ispirati e e dunque non inclusi tra i 4 canonici) che parlano di una grotta nella quale era collocata la stalla ed è sempre in essi che si riscontra la presenza del bue e dell'asino che con il loro alito riscaldano l'umile culla. In questo dato confluisce probabilmente la profezia di Isaia che, accusando il popolo di Israele di essere sordo alla parola di Dio, lo contrappone proprio alla mansuetudine del bue e dell'asino (Is 1,3) .
E Origene (prima metà del III secolo), proprio sulla base del testo isaiano, nella sua tredicesima omelia su Luca, aggiunge definitivamente la presenza nella stalla del bue e dell'asino come simboli del popolo ebreo e dei pagani.
L'avvenimento così familiare e umano della nascita se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall'altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità del bambino e la verginità di Maria. Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano una Natività e l'adorazione dei Magi ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l'originale iconografia.
Proprio riguardo ai Magi, è interessante notare che il numero di costoro, alquanto vario, fu fissato in tre da S Leone Magno (V secolo) e che essi venivano considerati ciascuno come appartenente ad una delle tre razze umane, la semita, rappresentata dal Re giovane, la giapetica dal Re maturo, la camitica rappresentata dal Re moro. Tale simbolismo, oltre a dimostrare la partecipazione universale alla Redenzione, non finisce qui: i tre Re, di età diversa , rappresenterebbero le età dell'uomo, i tre doni che essi portano, testimonierebbero, la regalità (l'oro), la divinità (l'incenso), l'umanità ( la mirra ) del Divino Bambino.
Importante è anche osservare che dal III-IV secolo fino al XIII, non poche rappresentazioni della Natività in bassorilievo esistenti in Italia presentano la Vergine distesa accanto al Bambino poggiato nella mangiatoia e costituiscono perciò una testimonianza dell'influenza esercitata , specie, nell'Italia mediterranea per diversi secoli dalla Chiesa di Oriente.
Infatti, in seguito alle polemiche della Chiesa di Antiochia e quella di Alessandria, cioè tra Nestorio il quale, tenendo distinte le due nature, divina ed umana di Cristo, sosteneva che Maria era Madre di Gesù-uomo e non di Gesù-Dio, e Cirillo, il quale, insisteva sulla divinità di Maria, risultò, in un primo momento, vincente la tesi di Nestorio che, per quanto solennemente condannata nel concilio di Efeso del 431, influenzò ancora per lunghi secoli i Paesi del Medio e lontano Oriente. Solo dopo il XIII secolo, con l'affermarsi del culto Mariano, per le elaborazioni teologiche di S.Tommaso e di S.Bonaventura, si ritenne che il parto della Vergine non poteva essere rappresentato come quello di una comune mortale: da allora Maria e Giuseppe vennero rappresentati in ginocchio, adoranti, mentre scomparivano dalle rappresentazioni anche le levatrici, la nutrice, Eva, la Sibilla, personaggi che avevano trovato spazio in tali raffigurazioni (vedi Sarcofago di Adelphia e Valerio del III e VI secolo a Siracusa; il presepe di avorio della Cattedrale di Massimiano (546) a Ravenna; il presepe scolpito nel 1268 da Niccolò Pisano sul pulpito del Duomo di Siena).
Sin dai primi secoli dell'era cristiana dunque, la nascita di Gesù, evento centrale della redenzione del genere umano, fu raffigurata a mezzo di affreschi, bassorilievi e incisioni su pareti, sarcofaghi e formelle, inseriti in edifici del culto.
Tali testimonianze, numerosissime ed anche molto interessanti perché l'evoluzione della loro iconografia interesserà anche lo sviluppo del presepe, non possono però essere considerate presepi veri e propri. Nel corso dei secoli questo termine è stato infatti attribuito via via soltanto alle rappresentazioni plastiche a tutto tondo, sia della sola scena della Natività, sia a quelle alle quali, sono state aggiunte altre scene quali l'Adorazione dei pastori, l'Adorazione dei Magi, L'Annuncio ai pastori etc...
Fin dall'alto Medioevo, nelle Chiese e nelle Confraternite venivano allestite sotto forma di sacre-rappresentazioni, i vari episodi del ciclo: è dunque probabile che da esse si sia passati a rappresentazioni con figure scolpite. Ma nessun reperto di testimonianza scritta ci è giunta di opere a tutto tondo della Natività fino alla metà del XIII secolo. D'altra parte una sorta di embrione del presepe può essere individuata nelle " tettoie" in legno rette da tronchi di albero che già Papa Liberio (352- 355) fece erigere a Roma nella, Basilica detta appunto , ma per altra motivazione, "S S.MARIA ad praesepe" e che oggi è nota come S. Maria Maggiore. Dunque una tettoia retta da tronchi d'albero, quasi lo schema essenziale di una stalla, posta davanti ad un altare presso il quale, il 24 dicembre di ogni anno veniva celebrata la Messa di mezzanotte. Altre "tettoie" furono erette in altre Chiese a Roma (S. Maria in Trastevere), a Napoli nella Chiesa di S. Maria della Rotonda, e certamente in altre Chiese di altre città. Si sa pure che Papa Gregorio II ( 731-734) fece sistemare sotto la tettoia di S. Maria Maggiore una statua d'oro della Madonna con il Bambino e che anche in altre chiese furono collocati sotto tali tettoie pitture o statue che ricordavano il Sacro Evento.
A partire dunque dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell'arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l'adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia e delle già citate Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma. In queste opere dove si fa evidente l'influsso orientale, l'ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe (in genere alquanto anziano, se non proprio vecchio) sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all'evento rappresentato. Dal secolo XIV la Natività è affidata all'estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell'intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri.
Il presepio come lo vediamo realizzare ancor oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme, con personaggi reali, pastori, contadini, frati e nobili tutti coinvolti nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223; episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell'affresco della Basilica Superiore di Assisi.
Primo esempio di presepe inanimato, a noi pervenuto, è invece quello che Arnolfo di Cambio scolpirà nel legno nel 1280 e del quale oggi si conservano le statue residue nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria Maggiore in Roma. Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti modellano statue di legno o terracotta che sistemano davanti a un fondale pitturato riproducente un paesaggio che fa da sfondo alla scena della Natività; il presepe è esposto all'interno delle chiese nel periodo natalizio. Culla di tale attività artistica fu la Toscana ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani.
Nel '600 e '700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un'impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago: nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate.
Ulteriore novità è la trasformazione delle statue in manichini di legno con arti in fil di ferro, per dare l'impressione del movimento, abbigliati con indumenti propri dell'epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari. Questo per dare verosimiglianza alla scena delimitata da costruzioni riproducenti luoghi tipici del paesaggio cittadino o campestre: mercati, taverne, abitazioni, casali, rovine di antichi templi pagani.
A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobiltà, come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio. In questo periodo si distinguono anche gli artisti liguri in particolare a Genova, e quelli siciliani che, in genere, si ispirano sia per la tecnica che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come ad esempio l'uso della cera a Palermo e Siracusa o le terracotte dipinte a freddo di Savona e Albisola.
Sempre nel '700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia. La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nel '800 quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa riproducendo la Natività secondo i canoni tradizionali con materiali - statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altro - forniti da un fiorente artigianato. In questo secolo si caratterizza l'arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, per l'uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di fil di ferro e stoppa.
A Roma le famiglie importanti per censo e ricchezza gareggiavano tra loro nel farsi costruire i presepi più imponenti, ambientati nella stessa città o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti. Famosi quello della famiglia Forti posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in via De' Genovesi riproducente Greccio e il presepe di S. Francesco o quello di Padre Bonelli nel Portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme.
Oggi dopo l'affievolirsi della tradizione negli anni '60 e '70, causata anche dall'introduzione dell'albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire grazie all'impegno di religiosi e privati che con associazioni come quelle degli Amici del Presepe, Musei tipo il Brembo di Dalmine di Bergamo, Mostre, tipica quella dei 100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma; dell'Arena di Verona, rappresentazioni dal vivo come quelle della rievocazione del primo presepio di S. Francesco a Greccio e i presepi viventi di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto e soprattutto la produzione di artigiani presepisti, napoletani e siciliani in special modo, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze d'Italia la Natività e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe.
La tradizione del presepe in Italia:
E' dall'epoca di San Francesco, dunque, che data l'uso di rappresentare con figure la nascita di Gesù nella notte di Natale. Le più antiche figure da presepe risalgono al Quattrocento, a Napoli: in San Giovanni a Carbonara c'erano delle bellissime figure lignee, a grandezza quasi naturale (oggi sono conservate nel Museo di San Martino): esse raffigurano, accanto ai consueti personaggi sacri, anche profeti e sibille, che la tradizione collegava insieme (le sibille sono rappresentate anche nel pavimento del duomo di Siena, come annunziatrici dei misteri della fede): vediamo già confluire nel presepe tradizioni culturali "pagane" accanto a quelle cristiane; non è un caso che questa prima raffigurazione presepiale si abbia a Napoli dove era vivo il ricordo di Virgilio, profeta e mago. Anche a Roma troviamo pregevoli esempi di presepe: citiamo qui solo quello dell'Aracoeli, in cui vi è una preziosa statua del Bambino in legno d'ulivo e tempestata di gemme.Una tappa fondamentale nella costituzione del presepe popolare è costituita, all'inizio del Cinquecento, dall'opera di San Gaetano Thiene, appartenente all'ordine dei Teatini (nel Seicento San Gaetano fu elevato al rango di compatrono di Napoli accanto a San Gennaro) che cominciò ad ampliare la rappresentazione, mediante personaggi che appartenevano al mondo antico, ma anche all'epoca contemporanea, senza alcun timore di eventuali anacronismi. In tal maniera il Santo dava vita a quella che sarebbe rimasta come una delle principali caratteristiche del presepe, cioè la sua atemporalità, che permette di far rivivere la nascita del Cristo in ogni epoca. Di ciò ha approfittato soprattutto la tradizione presepiale napoletana, la quale "aggiorna" continuamente la rappresentazione, con personaggi tratti dalla vita culturale e politica; così, si ritrovano raffigurati dai "pastorari" di San Gregorio Armeno (la popolare strada dei "pastori" l'attore Totò (Antonio de Curtis) e il drammaturgo Eduardo De Filippo che ha mostrato la napoletana passione per il presepe nel personaggio di Lucariello, nella commedia "Natale in casa Cupiello".
In Italia dobbiamo tuttavia distinguere due correnti, una settentrionale, contraddistinta dalla capanna, e una meridionale, contraddistinta dalla grotta. In area meridionale, poi, la tradizione pugliese e quella siciliana hanno caratteri propri che le tengono distinte dalla tradizione napoletana; anche i rispettivi artigianati sono ben riconoscibili: i pastori siciliani e pugliesi sono facilmente distinguibili, anche per chi non ha molta esperienza, da quelli napoletani.
E proprio il "Pastore" è l’elemento fondamentale dell’artigianato presepiale, addirittura diventato termine tecnico perindicare la statuetta da presepe, con una estensione semantica, poiché i primi ad accorrere alla culla del Bambino Gesù furono, appunto, dei pastori. Queste statuette possono essere costruite con vari materiali, come stucco, legno, terracotta, cartapesta e così via.
L’artigianato in cartapesta è tipico della città di Lecce, che con questo materiale dà vita a veri e propri capolavori.
La Stella cometa:
La stella cometa è entrata nella tradizione del natale cristiano, ma anch’essa indica la confusione che circonda le radici del Natale. Abbiamo visto che nessuna cometa è osservata e registrata negli anni presunti della nascita di Cristo, e che il fenomeno luminoso fu da addebitarsi alla congiunzione di Giove e Saturno il 13 novembre del 7 a.C., nella costellazione dei Pesci.Tutta la storia della cometa nasce da un quadro di Giotto, nel 1301 alla Cappella degli Scrovegni; il pittore, accanto alla Natività, dipinse l’Epifania e inserì sopra la capanna una cometa. Per un motivo molto realistico e contemporaneo del suo tempo: proprio in quell’anno, nel 1301, a Dicembre, apparve in cielo la famosa cometa di Halley, allora molto luminosa ed appariscente